GIORGIO ORTONA

Antologia critica

Tiziana D'Acchille
1990-2010 Vent'anni d'arte a Roma
Edizioni Bora, 2011


Dal punto di vista dell'arte è possibile, per certi versi, che uno possa vivere molte vite: quelle del politico, del mistico, del letterato, del sociologo, del mitografo, del santo... Del diabolico, perché anche criminali ne abbiamo avuti. Sotto il raggio dell'arte, ti dici, sono consentite, anzi proprio incitate un'infinità di altre simulazioni, in Giorgio Ortona sonnecchiano un architetto, un topografo, un urbanista le cui facoltà non sono più quelle di operare, costruire, progettare, rilevare, o forse sono tutte queste cose insieme sintetizzate nel solitario piacere di contemplare. Che è un piacere isolatore, come quello di leggere, o di scrivere. Poi viene il dipingere, certo, ma intanto uno parte da qui, dal semplice guardare. L'uomo che guarda. E magari ti ricordi quel capolavoro di Nanni Moretti, "Caro Diario", dove il protagonista se ne andava in giro con il suo vespone per osservare in santa pace le facciate delle case di Roma. Le case dei suoi quartieri preferiti, le finestre, i portoni, i balconi, gli attici, me lo ricordo benissimo, perché uno che se ne va in giro in quel modo guarda in alto, ha il naso per aria, mica guarda giù, alla propria misura, insomma non ne vuole sapere di marciapiedi affollati né di facce umane, di tutte queste brutte facce voglio dire, dei gesti, delle voci. Per questo è prudente, si cautela, sceglie una domenica di agosto. E' il trionfo della città meno i suoi abitanti. Cioè meno la volgarità, la pesantezza, l'idiozia. Come Barthes, il quale godeva nel passeggiare per le vie di una città straniera, dove chi parla usa una lingua sconosciuta. Questo lo proteggeva. Anche in quel caso: la lingua, la forma, senza il suo contenuto. Solo suoni. Una sterminata chiacchiera priva di ricadute, conseguenze, minacce. La città che dipinge Ortona, puoi stringere gli occhi quanto vuoi, è davvero senza nessuno. Come se tra le sue strade fosse circolato l'ordine tassativo di una controra: tutti a casa, chiudete porte e persiane. Perché non è che questa città sia senza vita. Questo non lo puoi dire. La vita la intuisci perfettamente lì sotto, lì dentro, solo che non la vedi e non ti pesa. La senti scorrere, ma come sotto traccia, linfa sotto pelle. Il resto è solo architettura e luce., vita e morte delle forme, farsi e disfarsi di geometrie, microesistenze e mute peripezie di tetti, cornicioni, intonaci, mattoni. Ricavi un certo grado di purezza nell'essere così, il flaneur dell'inerte, di un mucchio di storie potenziali: "chi ci abita lì"? Con quale passione per l'esattezza, nella documentazione e nella resa, Ortona punta l'immagine, appostandosi simile a un cecchino, mettendo in evidenza quanto questo mondo di pietra sia mutevole. Vario, pieno di un'infinità di piccoli fenomeni, magari , di quelli che proprio durano un niente, come nella grande natura degli impressionisti. Intercetta minimi flash, movimenti di microscopiche ombre. Polveri. Non c'è finestra che, pur lontanissima, sia uguale all'altra, a quella che le sta a fianco, o sotto. Ortona non è un pittore astratto. Un agglomerato di case per lui non corrisponde ad un unico ideale formale ma ad una irradiazione di forze dal suolo. Eppure è evidente come questa ricchezza di dettagli sia il risultato di uno sguardo che punta allo scheletro della scena. Scorpora, spolpa, la visione. Un'aria di deserto soffia su questa Roma. Deserto ebraico, nordafricano. Città assetata. Se ci pensi, Probabilmente il desiderio di Giorgio è quello di discernere quale specie di macchinazione celi dentro di sè il caos. La sensazione è quella di un paesaggio sgranocchiato. Sgrattato qua e là, sgraffiato, corroso, eppure perfettamente, lucidamente intatto nella sua essenza. Scarnificato solo allo scopo di farne risultare lo scatto più interno, l' emanazione di un'energia vasta, anonima, impersonale. I quadri di Ortona trovano quel punto di equilibrio, traballante evitale, che c'è tra un pensiero costruttivo e l'azione che lo determina. Ecco una Roma molto simile, anche nella distorsione grandangolare, alla Madrid di Antonio Lopez Garcia, forse il più grande pittore vivente, a suo tempo maestro di Giorgio, tanto da ispirarne oggi anche l'esecuzione di queste figure, di questi formidabili ritratti, prove di un realismo accanito. E come nei quadri dello spagnolo, ecco qui l'esercizio di una messa a fuoco progressiva, mobile, spostata qua e là nella precisazione calibrata e nell'omissione semplificante. Focalizzazione diversificata che stabilisce il tempo della visione. Solo che per Lopez Garcia Madrid è stata un punto di arrivo, l'estrema tappa di un destino, di una vocazione tormentata. Per Giorgio, Roma è lo start di una corsa. L'inizio di una caccia. Questa non è una città antica, quella dalle falde più oscure. Nessuna gloria di tempi remoti. Nessun monumento o roba simile. Nemmeno una chiesa. E non è nemmeno la città moderna per eccellenza, quella da terzo millennio, gettata verso il futuro, non è mica una di quelle tecnocittà che si espandono nel vetro, puntando, come dita leggerissime e inumane, al cielo. Nulla del genere. Perché questa è una città di mezzo, anonima, normale, periferica, palazzinara perfino, simile a tante città mediterranee. Ne hai viste un sacco. E' la parte di Roma che è cresciuta tra gli anni Cinquanta e Sessanta attorno alla Tangenziale, a questo totem oggi venerato da molta giovane pittura romana, come un corpo attorno alla propria spina dorsale. Qui non c'è niente di eccezionale. In teoria non ci sarebbe niente da vedere. Ma allora perché ti agganci a scene così, che come per un risucchio escludono tutte le altre, a questa città spezzettata, ingrandita, moltiplicata nella rifrazione illimitata di se stessa?

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